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Agrifood e Digital Transformation nel settore Agroalimentare

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Gen 18

Agrifood e Digital Transformation nel settore Agroalimentare

Digital Transformation: Digital Agrifood

Ho partecipato ad un evento interessante a Todi, l’evento in questione è stato Digital Agrifood.

Ho ascoltato con molta attenzione tutti gli interventi della giornata e ho preso appunti per poter esprimere anche io, attraverso questo piccolo spazio web, la mia riflessione sul tema: Digital Transformation nel settore alimentare ed agroalimentare.

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Digital Transformation nel settore Agroalimentare: Lo stato dell’arte (in breve)

Il settore agroalimentare italiano viaggia, da sempre, a diverse velocità per quanto riguarda l’adozione di innovazione tecnologica e di applicazione della stessa per ottimizzare i processi.

La maggioranza delle aziende agricole italiane associano l’innovazione digitale a strumenti e “pratiche” digitali legate più alla burocrazia che all’efficienza di produzione, all’efficienza di promozione e di comunicazione dei propri valori.

Ci sono realtà di eccellenza, ma queste sono (in qualche modo) lasciate “isolate” e rese “innocue” rispetto al contesto in cui operano, godendo sì dei vantaggi che acquisiscono grazie alla loro innovazione, ma allo stesso tempo consapevoli del grande gap che subiscono trascinate dal “modello sistemico” in cui sono immerse.

Digital Transformation nel settore alimentare: Gli investimenti (Dati di ricerca)

Pochi investimenti in digitale da parte delle PMI

Non meraviglia se, con queste premesse, siano pochi gli investimenti in digitale, a prescindere dalla posizione geografica: il 39,4% delle imprese dichiara di aver effettuato investimenti in tecnologie digitali per meno di 5.000 euro e il 28% ammette di non averne fatti per nulla.

A dimostrarsi più propense agli investimenti in innovazione sono le realtà con un numero di addetti compreso tre 50 e 250 (il 45,5% ha investito tra i 5.000 e i 50.000 euro e l’8,1% una cifra superiore ai 50.000 euro).

Le imprese che hanno investito in tecnologia negli ultimi 5 anni lo hanno fatto prevalentemente (87,7%) al fine di adeguare le infrastrutture materiali/immateriali; poco più della metà ha tentato di utilizzare tali investimenti per migliorare le politiche del lavoro e il welfare aziendale, attraverso, ad esempio, soluzioni di smart working (52%) e per sviluppare nuovi modelli di business (51,7%).

Investire in digitale conviene

Laddove si è investito, tuttavia, le imprese intervistate hanno notato un miglioramento significativo nei ricavi (62,2%). Miglioramento che nel 12% dei casi è compreso tra il 25% ed il 40% dei ricavi e nel 20% dei casi compreso tra il 10% ed il 25% dei ricavi. Oltre il 15% delle aziende intervistate si è detta non in grado di valutare se l’IT abbia portato miglioramenti sul fronte dei ricavi, ed il 21% sostiene che non vi siano stati incrementi nei ricavi.

Estratto da: Digital Transformation Institute

 

Questi dati sono non poco preoccupanti, se consideriamo che il nostro Paese ha una scarsa competitività in termini di volumi di produzione e che continuiamo ancora a “menarcela” (fatemi passare questo termine) con la questione della “qualità”del prodotto;

Sì, è vero, abbiamo la maledetta fortuna di vivere in un Paese dove il nostro terreno, le condizioni climatiche e le persone sono sorridenti, ma davvero credete che questo eviterà di farci “comprare” a basso prezzo da chi arriverà come un uragano di innovazione per poi rivenderci a caro prezzo?

Succederà, proprio per le stesse qualità di cui oggi ci culliamo senza pensare di “proteggerci” con innovazione e potenziamento dell’efficienza produttiva.

Alcune idee di digital transformation innovative (secondo me)

Durante i vari interventi, tutti stimolanti, ce n’è stato uno in particolare che ha colto in pieno il mio punto di vista e si tratta dell’ideatore e proprietario di un’azienda innovativa dal nome Straberry (vendono fragole a domicilio vicino a Milano).

Io ho guardato prima cosa chiedeva il mercato in termine di potenzialità d’acquisto e vendite, per poi decidere cosa dovevo innovare nella mia azienda“, più o meno questa la frase di Guglielmo Stagno d’Alcontres.

E questo dà lo spunto per approfondire la mia visione dei fatti in merito al tema Digital Transformation nel settore alimentare;

Il settore agroalimentare è composto da attori (produttori) che non sono “adatti” al cambiamento pro-attivo, perché le aziende agricole italiane, per loro fisiologia, sono gestite da persone che, nella migliore delle ipotesi, hanno ricevuto un’azienda in eredità dai propri genitori in condizioni economicamente benestanti, vivono abbastanza bene con ciò che hanno “ricevuto” e/o conquistato nel tempo.

Fare innovazione significa investire anche risorse economiche e loro, di fatto, non sono imprenditori, ma persone che “devono” gestire un bene ereditato nel migliore dei modi, con il minor investimento possibile.

Un po’ perché hanno ereditato già una rete di clienti che gli permette di sopravvivere, un po’ perché godono di finanziamenti strutturali, un po’ perché la rendita “passiva” dei loro beni è sufficiente per permettere loro di mantenersi.

Anche lo sviluppo di un sito web viene visto come un qualcosa di cui si può fare a meno o che va già bene quello che hanno fatto, magari realizzato da loro stessi con servizi gratuiti.

La promozione per vendere online è considerata come una “merce di scambio” per affaristi/piazzisti che sono interessati a vendere i loro beni in cambio di commissioni, considerando appunto l’attività di strategia  commerciale online equivalente al mestiere del rappresentante ed agente di commercio, figura che tutt’oggi funziona grazie alla crescita delle migliaia di gastronomie alimentari diffuse capillarmente su tutto il territorio nazionale.

ATTENZIONE: Beati loro, eh! La mia non vuole essere una critica al loro stile di vita “slow”, ma solo una considerazione al rallentamento della “digitalizzazione” pro-attiva.

Il cambiamento, in termini di innovazione, li coinvolgerà solo quando il mercato (inteso come acquirenti) imporrà loro di adeguarsi al cambiamento. Non si muoveranno, in maniera considerevole e pro-attiva, fino ad allora.

Quei pochi illuminati che avranno anticipato i tempi, già oggi si godono i risultati, di tutti gli altri sopravviveranno solo quelli che avranno maggiori risorse economiche da sopportare il pesante cambiamento a cui dovranno sottoporsi in maniera coercitiva e non perché lo dicono i dati, ma perché lo imporranno gli acquirenti con i loro modelli di acquisto.

Già oggi, le persone in tutto il mondo hanno dimostrato che sono poco fedeli al punto che preferiscono comprare i prodotti da un marketplace americano piuttosto che farlo dal sito web “sgangherato” del produttore.

E questo non è solo una forma di costruzione psicologica che impone ai produttori di considerare il marketplace Amazon come struttura di vendita alternativa al proprio sgangherato sito web del 1998, ma anche una forma di ribellione all’inerzia dei produttori a rendere più efficiente il proprio servizio di vendita. Al punto che, gli acquirenti, pur consapevoli del danno immateriale che comporta l’infedeltà d’acquisto, rimangono coerenti al loro modo di scegliere in funzione di chi garantisce maggiori opportunità in termini di efficienza, risparmio e qualità di spesa.

Giornalmente ricevo e-mail di produttori disperati che vogliono vendere online, ma non sanno come fare, o meglio, il loro concetto di vendita online si limita a chiedere se sono disposto ad aprire loro delle strade di vendita in cambio di una commissione.

In pratica scambiano il ruolo del consulente, in questo caso me, per un marketplace tuttofare sotto pagato. Almeno Amazon si fa pagare un abbonamento mensile per vendere alimentari 🙂

E vi assicuro che non è l’eccezione, ma la regola.

Per provare a proporre servizi più in linea con le esigenze dei lettori di Comunikafood ho attivato una partnership con chi realmente fa attività di promozione dei produttori alimentari in Germania (Vedi servizio vendita prodotti alimentari in Germania), ma anche in questo caso, la maggioranza dei contatti sono di produttori che cercano la via facile per vendere senza avere le condizioni per farlo. Spesso non hanno neanche un sito web, a volte neanche una email aziendale, però hanno delle produzioni davvero interessanti.

Per questo motivo credo che in un contesto paradossale come questo, le possibilità che vedo sono solo 2:

  1. Aggregazione di produttori con capigruppo che definiscono la linea operativa da seguire
  2. Imprenditori esterni al settore agroalimentare che investono per creare strutture efficienti che facilitino il processo di digitalizzazione

Esempio di strutture digital che facilitano il processo di digitalizzazione: Alveare che dice sì

 

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